lunedì 17 giugno 2013

Appunti quasi pubblici per i giorni di Rotonda.6/Che l’albero venga innalzato, che il Santo sia portato in processione, che la festa finisca


Non si scrive mai l’ultima parola. La si lascia non scritta. Io non sono adatto all’ultima parola. Scrivo da letto. Con una rabbia malinconica. In un sottotetto di una casa di Pietrapertosa. Una casa che conosco. Dalla quale domattina me ne andrò. Già avverto qualcosa avvolgermi dopo questi giorni eccitati. Scrivo per un senso di dovere. Ma perché è giusto che la festa finisca. E’ finita giovedì scorso, ora è domenica, c’è musica nella piazza di questo nuovo paese, lo scorso anno ballai, quest’anno non scendo, rimango nel sottotetto, con stanchezza addosso. E le tasche piene di regali e la voglia di abbracciarvi e ringraziarvi per questi giorni. So che devono finire e io non vorrei farli finire. Adios.

All’angolo del vicolo del Sole, quattro donne stanno disegnando un Sant’Antonio sulle pietre del selciato. Usano il sale impastato con la vernice. Colori che sfavillano. Sono al lavoro dalle cinque del mattino. Da qui, nel pomeriggio, passerà la processione. Questo è il loro dono al Santo. La loro fatica. Oggi è il 13 giugno, giorno di Sant’Antonio. Sono attente ai dettagli, queste donne. Le pieghe del mantello, il gesto della mano, la cornice d’oro. Discutono fra di loro, guardano un ritratto su carta. Sono madonnare di un solo giorno. Hanno cura nella loro arte di una mattina. Sono costruttrici inconsapevoli di un mandala. Ha impermanenza questo quadro da pietre di un vicolo: i piedi della processione vi passeranno sopra. Un capolavoro di paese destinato a durare poche ore. Le donne ne sono fiere. Hanno usato cinque chili di sale. Questa mattina è per loro.

Anche gli uomini degli alberi sono già al lavoro attorno alla pitu. Sono io in ritardo. Non ho avuto tempo nemmeno per il Gran Caffè. La Rocca, la cima dell’albero, è stata già trasportata dalla chiesa fino al piccolo spazio di fianco al municipio di Rotonda. Gli edifici comunali, in questi paesi, sono quasi sempre orrendi. Questa non è un’eccezione. Immagino che siano figli della ricostruzione dopo il terremoto del 1981. Il palazzo pubblico del paese deve essere il più brutto. E’ una condanna questo destino. Riportate gli uffici comunali nelle vecchie case. Troverete una comodità antica.

Gli uomini degli alberi hanno addosso stanchezza strana. Sanno davvero che la festa sta per finire. Un ultimo sforzo. Vi è un’aria di euforia e malinconia. Quasi rassegnazione: sì, la festa finirà. Gli emigrati stanno per riprendere il cammino verso la Svizzera o la Germania. Carletto tornerà alla sua gru e suo figlio sognerà di fare il fotografo. Ma ora l’albero va innalzato. Due anni fa, mi dicono, venne giù. Per distrazione e troppa fretta. Ora si sta attenti, ci si prende tempo. Mi ricordano ancora: per quarant’anni, dal 1946 al 1986, l’albero non venne alzato. ‘Perdemmo la memoria, trasportavano l’albero davanti al comune e lo lasciavamo lì. Fu un vecchio a domandarci: ma perché non lo alzate come facevamo noi? E allora ricominciammo’. Era una memoria ostinata.

Gli uomini dell’albero, questa mattina, hanno eleganza. E’ un giorno di festa. Michele maneggia la scure indossando giacca, gilet e cravatta. E’ un lavoro attento, questo. C’è da fare i fori per i pioli, le legature con il fil di ferro, bisogna innestare la Rocca nella pitu, l’abete nel faggio. Dovrà essere un lavoro accurato: l’albero della cuccagna è destinato a rimanere in piedi, di fianco al comune, per quasi un anno. Dovrà reggere all’inverno, ai giorni di vento e neve. Solo nella prima settimana di maggio del prossimo anno verrà abbattuto. Quando la festa sarà di nuovo vicina. Michele ha in mano la scure che comprò sessanta anni fa da un fabbro abruzzese.
In molti si sono presi il fogliame della Rocca. L’abete si è rimpicciolito. Gli uomini prendono misure e compiono l’atto finale dell’unione dei due alberi.

Tonino ha una ruota del tronco del faggio che vorrebbe essere abete. Mi mostra il cerchio più grande della pitu. Mi indica gli anni dell’accrescimento dell’albero. Mi dice quali sono stati gli anni più freddi e quelli più favorevoli alla pianta. Mi fa notare una macchia più scura, quasi un cuore: ‘Ha subito una ferita quando era un giovane faggio. Un sasso si è incistato nella sua corteccia. L’albero ha impiegato quaranta anni a cicatrizzare la sua lesione’.

Suona, in sottofondo, un organetto.

Gli uomini legano i tronchi delle forche. Sono geometrie a triangolo, leve che serviranno per l’innalzamento. Ne costruiscono quattro. Con l’abilità dei marinai. Le corde devono essere resistenti. Sono i nodi da boscaioli del Pollino. Le forche devono sostenere il peso della pianta e ubbidire alle spinte degli uomini.

Sul polpaccio di un ragazzo vi è tatuaggio: only God can judge me.

Carletto darà gli ordini. Ooooo….forza, ancora  una volta, ancora un incitamento, un ultima volta. Ha voce arrochita. Le forche, diverse per altezza, sono pronte. Gli uomini dovranno spingerle sotto l’albero, sono le leve con le quali sollevare l’albero. Un’ultima fatica di braccia, di spalle, di testa, di cuore. Si va avanti di centimetro in centimetro. Un uomo controlla lo scivolo dell’albero nella fossa. Là deve scendere. Altri sistemano longarine di ferro per impedire che perda equilibrio. Vi è chi, con coraggio, incastra un piolo sotto il suo peso. L’albero viola le leggi della fisica e si innalza. A volte è riluttante. Gli uomini cercano di convincerlo strattone dopo strattone. L’albero ci prende gusto. Scavalca l’orizzonte delle case, va più in alto dei tetti, si arrampica fino a diventare panorama delle terrazze dei condomini, cerca di abbellire le architetture dell’edificio comunale. Va verso il cielo. Fatica dopo fatica. Le quattro forche incoraggiano l’albero e lo spingono verso l’alto. Lo raddrizzano con gioco di manovre. Ecco, un’ultima spinta, un’ultima fatica, un ultimo sforzo. E’ fatta. L’albero è nella fossa. E’ dritto. Le sue fondamenta sono consolidate a colpi di mazza. Posso dire? Vi è una sorta di smarrimento nell’aria. E….e….e…viva Sant’Antonio. Sì, un grido ancora. Nessuno vorrebbe che fosse l’ultimo. Ma questo è il destino. La festa è davvero finita. La soddisfazione ha un velo di rassegnazione. C’è un bar davanti al municipio. Alle pareti le foto di altri innalzamenti di alberi. Mi offrono caffè. Stiamo in silenzio. Normalità. Cosa è successo? Cosa è quell’albero che è nato al lato della strada per le autostrade?

Due ragazzi, grandi e grossi, di Mormanno, là in Calabria, mi raccontano di aver chiesto, quattro anni fa, di poter partecipare ai lavori dell’albero. Hanno sapere dei boschi. E’ stato il loro mestiere. Ora, anche loro lavorano sui tralicci. Si guadagna meglio. Sanno maneggiare motoseghe dalle lunghe lame. Sanno squadrare l’albero. Anche loro sono uomini squadrati. Li ho visti tirare linee dritte con i denti della motosega. Li ho visti offrire prosciutto e formaggi. Li ho visti sollevare l’albero sulla spalla e spingere per innalzarlo. E non sono del paese. Hanno chiesto ai vecchi di Rotonda di lavorare. Il loro sapere e la loro fatica è stata ben accolta.

Imparo molte cose sugli alberi: devono essere tagliati in luna calante per evitare che il legno possa essere attaccato dai tarli.
Un albero deve essere tagliato in inverno, riposo della vegetazione. Altrimenti il legno svirgola. Tende a incurvarsi.
Un tempo, in Pollino, si vendeva legname ai falegnami dei remi per le barche. O ai costruttori di culle. Gli alberi di queste montagne venivano squadrati per farne traverse dei binari.

La festa si fa popolare. Sono accese le luminarie. Ci sono le bancarelle. Sono ragazzi dell’immigrazione che vendono merci comprati agli ingrossi cinesi. Nei magazzini fuorilegge di Napoli o Bari. Cinture e cappellini. Chincaglierie e pistole luminose. Ci sono camion per kebab e salsicce. Cambiano le mercanzie delle feste. Cambia perfino il cibo. Mi sorprendo sempre a vedere come il kebab sia il nuovo cibo del popolo dei paesi. E sospetto che la carne che gira arrivi dall’Argentina o dalla Nuova Zelanda. Gli ambulanti oggi sono senegalesi, cingalesi, arabi. I ragazzi neri dormono per terra, di fianco alla loro Fiat Tempra targata Salerno, carica di merci e vecchia di decenni. Un mucchio di ruggine dalle gomme afflosciate sotto il peso di tre uomini e scatoloni.

Ora sono le ore del sacro. Una reliquia di Sant’Antonio arriva da Padova. Passano i preti che vengono da Potenza. Hanno valigette nere e l’aria seria. Passa il vescovo. Occasione di solennità. Una reliquia del Santo a Rotonda. I fedeli sono orgogliosi. La messa è lunghissima. Poi la statua di Sant’Antonio esce in processione. Riconosco gli uomini degli alberi a portarne il peso. Viaggia per i vicoli, ammira il lavoro delle donne in vicolo del Sole, si ferma davanti alle cappelle e alle chiese, sale fino ai belvedere del paese. Passa e ripassa per la piazza. Va in ogni angolo, raggiunge ogni casa. Volteggia per i vicoli. Il paese è una fila indiana di folla. Alla fine, il corteo santo rientra in chiesa e la gente pellegrina alla reliquia.

E poi la notte. Birra e patatine fritte. Kebab e hot-dog. Hanno montato perfino un luna-park. Equilibrio degli spazi. Giocattoli di plastica. Andirivieni di ragazzi, di uomini e donne sottobraccio uno all’altro. Si sono tirati fuori gli abiti migliori. In piazza suonano Ri Briganti. Tutto il pomeriggio per montare il palco. Fatica quasi inutile. Sono in imbarazzo per loro: ci provano con le tarantelle, ho voglia di ballare, ma sarei solo. Nessuno balla a Rotonda. Nessuno si azzarda. Questa musica non piace alla gente del paese. Una fila di uomini e donne, ragazzi e ragazze se ne sta ai bordi della piazza con le mani in tasca a guardare i poveri musicisti che si agitano da soli sul palco. Qualche timido applauso di cortesia, ma nessuno che si faccia prendere dalla musica.

Notte. Ultima notte. Saluto con baci sulla guancia. La mia barba sta ricrescendo. Ci salutiamo con promesse. Anche i musicisti si rassegnano e scelgono un finale di silenzio. Vanno via in fretta. Nessun bis. Piazza deserta nel vuoto dove si avrebbe dovuto ballare. Questa sera non scrivo, non trovo il sonno, non ho pensieri. Niente di niente attraversa la mia testa. La festa è stata eccessiva. Ha preso le mie energie. Ha creato un dimenticare il mondo. E’ questo che deve fare? Non ho voglia di tornare nel mondo. A Rotonda potrei essere lontano? Come è l’inverno da queste parti? Potrei andare a camminare fra i faggi e scegliere la prossima pitu? Mi accoglierebbero fra le gente degli alberi? Metto anch’io le mani in tasca e cammino verso quella che, per una settimana, è stata la mia casa.
Rotonda, terra di Lucania, ultimo giorno della festa, giorno di Sant'Antonio










domenica 16 giugno 2013

Appunti quasi pubblici per i giorni di Rotonda.5/E l’albero si solleva verso il cielo

Scrivo al mattino del sabato. In una strana e bella casa di Melfi. Quasi un’intera sala che è camera da letto (il letto si ribalta da un finto armadio, è basculante, perfino i soprammobili non cadono), cucina, bagno, camera dei ragazzi, tavolo da pranzo. Una saracinesca come porta. Ci sono libri dappertutto. Su Aldo Moro e sulla Lucania. Su Ghandi e su Giovanni Paolo II. C’è un libro di Zanotelli. Collezioni di libri di poesie. Leggo Hikmet, il poeta che ha annunciato la nascita di Greta e la felicità mai detta del mio primo amore. E’ il poeta grazie al quale scrissi il mio primo articolo. Questa casa sorprende, è rimescolio di cose. Ci sono fotografie di Totò e quadri dalle cornici dorate, serpenti di legno e chincaglierie, le scarpe stanno sui gradini delle scale e c’è un leggio con un dizionario aperto. La prima parola che vedo è ‘lentiggini’. Ma ora sto scrivendo un’altra storia, non posso distrarmi troppo, anche se mi piacerebbe scrivere di ognuno di questi oggetti. Ma devo ancora ricordarmi di mercoledì scorso, e oggi è sabato. Sono già passati tre giorni da quando il corteo degli alberi di Rotonda è arrivato in paese. Era già il quinto giorno della festa. Ecco il diario di quel giorno.

Questa mattina non salirò in montagna. Gli alberi hanno passato la notte di fronte all’ultima casa prima della salita verso le praterie del Pollino. E’ stata una notte di pioggia. La giornata, oggi, ha la limpidezza dei cieli dopo la tempesta. Questa mattina salirò a piedi. Sono pochi chilometri.

Abitudine di queste giornate: la sfogliatella al Gran Caffè. Sono cliente oramai conosciuto. Compro un giornale che non leggo. Mi siedo all’aperto. Sedie color verde pallido. Il solito uomo che mi saluta. Mi ha già raccontato che ha sposato una donna cubana. ‘Educatissima’, dice. Scambiamo parole silenziose. Una paesana, invece, si perde per un quarto di ora nelle macchinette mangiasoldi. A volte sento lo scroscio delle monete. Lo schermo del bar sta già dando i numeri del Lotto. C’è nebbia stamattina. Si spinge fino alla piazza. Gioca con le panchine, con gli alberi. Provare a dare una strana magia al paese. Rotonda si trasforma in Parigi. No, in una foto di Luigi Ghirri. Fotografo anch’io allora, cerco di imitarlo, mi piace lo sfiorarsi dell’umidità con i raggi del sole. Momento perfetto. Mi giro per la piazza e faccio l’inventario: la grande e nobiliare farmacia De Cuntis dalla grande insegna, il Gran Caffè con l’immagine di Totò e Beppino De Filippo, la Casa del Dolce, l’ortolano, in un angolo seminascosto il Caffè 2000 e Uno, l’altro bar è Da Lidia. Qualche uomo passeggia con le mani in tasca senza sapere bene cosa fare. Una ragazza mi chiede se posso darle la mia tessera sanitaria per comprarsi le sigarette.
Dalla radio del Gran Caffè ascolto Gianni Morandi che intona C’era un ragazzo che amava i Beatles e i Rolling Stones…..canto a voce alta, la tazzina in mano….sento il cuore che accelera i suoi battiti….Hanno montato un palco per i discorsi e la musica della serata. Mi incammino, con la calma tranquilla di essere qui. Felice di avere abitudini di un giorno. La nebbia si è dissolta. Il sole ha cominciato il suo giro.

A una finestra sul corso, Carla sta sistemando lo stendardo di Sant’Antonio. Mi vede passare. Caffè e passaggio in macchina. Mi lascia davanti ai buoi che già i ualani stanno aggiogando ai tronchi. Faccio due passi. E l’offerta del primo cibo. Nell’ordine bevo un altro caffè, mangio prosciutto tagliato spesso e un tassello di formaggio di pecora. Arriva Saverio e mi mette in mano una fresa con il pomodoro (una delizia) e mi indica il furgoncino dove distribuiscono sardine. Bevo vino scuro.

I buoi hanno l’aria stanca e rassegnata. Hanno camminato molto ieri. Questa mattina dovranno faticare meno. Ma non lo sanno. Saranno solo pochi chilometri. Un solo tornante. Gli uomini sono radunati attorno all’albero. Hanno cambiato la stanga. Erano stati previdenti, avevano preparato due ualanedda. ‘Cantiamo la canzoncina’, annunciano. ‘Chi vuole si avvicini’. Preghiera a Sant’Antonio. Questa volta cerco di cantare anch’io. Poi, il fischio. Via, anche questa mattina il corteo, con la fatica addosso, si mette in cammino. La strada attraversa ciuffi di ginestre, la giornata è splendente, si va piano. Mi accorgo che davvero, in questa montagna, non c’è musica. Non appare un solo organetto, nessun accenno di tamburello. Le grida degli uomini…e…e…e…viva Sant’Antonio. I campanacci. Lo strusciare degli zoccoli sull’asfalto. Su un muraglione una vecchia scritta: ‘pensavo che fosse amore e invece era noia’….ditemi la storia di chi l’ha scritto…..il corteo avanza, oggi la Rocca, la cima dell’albero, è poco distante dalla pitu. La gente è più elegante. Il corteo sa che arriverà in paese. I gruppi indossano magliette che li contraddistinguono. Fermo tre ragazzi dall’aria tosta e sorriso da guappi. ‘Tutto per Sant’Antonio’, hanno scritto sulle loro schiene.

Guardo un grande noce. Le noci hanno un mallo verdissimo. Fra poco è San Giovanni. Tempo di coglierle. Per fare il nocino.

Si va piano questa mattina. Non c’è alcuna fretta. E’ il grande giorno dell’arrivo in paese. Ma c’è tempo. Due chilometri, la discesa quasi finisce. Ecco, la contrada di San Lorenzo. Davanti alle case si aspetta. Un tavolino fuori dal cancello. C’è vino. Ma la prima offerta è di estathè. Dolcetti di pasticceria. E ciambelloni fatti in casa. Si va di sosta in sosta. Sfida fra vicini per offrire agli uomini del corteo una colazione. Thermos di caffè. A San Lorenzo, il corteo si ferma. Statua di Sant’Antonio in una piccola radura. Hanno preparato panche e tavoli. Un altare. E’ nuovamente tempo di una messa. I ragazzi dei gruppi vanno davanti al Santo. Si inginocchiano. Gesto che sorprende i miei occhi di straniero. Questi uomini sono impacciati nel segno della Croce. Ma hanno desiderio di compiere il rito. Hanno fede. Sto davanti a loro con la macchina fotografica. Un ragazzo si genuflette e rimane così per un istante. I vecchi si siedono sulle panche e aspettano. Le suore tirano leggermente il panno bianco che copre l’altare.

Sì, mattina di riposo. La messa e il cibo. Questa volta è la gente della Rocca a offrire il pranzo. C’è differenza: spuntano le verdure, i peperoni, le melanzane, le ciliegie, i pomodori….si mangia in piedi, a morsi. Godendoci il sole. Si chiacchiera. Don Stefano ha abiti scuri. Si arrabbierà se dico che, al vestire, ha una vaga somiglianza a un giovane Vasco Rossi? Cappellino da baseball, giacchetto di pelle nera, pantaloni neri. E’ contento. So che fa il parroco da dieci anni. Ha meno di quarant’anni. Mi spiega che tutta la festa è sacro. Mi ripete che questa grande fatica è offerta al Santo. Che chiede ai ragazzi, con qualche diffidenza e altrettanta curiosità, cosa è la loro devozione. Che la curia sta prendendo sul serio queste feste. Che sa di correre dei rischi, ma vuole una chiesa che stia all’aperto, che dica messa nei prati del Pollino o in questa radura. Mi dice che questo non è un matrimonio fra gli alberi. Mi piacerebbe assistere a una discussione fra lui e gli antropologi che ti raccontano di questo rito come sposalizio della natura, dei rituali di fertilità….

Finalmente c’è la musica. Spuntano organetti e tamburelli. Cerchio di ragazzi giovanissimi. Non hanno accenni di barba. C’è un vecchio contadino con lo sguardo d’acqua, il cappello in testa, il viso scavato e gli occhi senza espressione. Suona afferrando il ritmo dei ragazzi. Le sue labbra hanno una piega impercettibile in un sorriso che non si decide a essere tale. C’è una ragazza con un bel viso da ragazza tosta. L’ho notata in montagna. Se avessi dovuto scegliere un volto per Lisbeth Salander, la donna della trilogia di Millenium, avrei scelto lei. Ma ora, di fronte alla musica, anche i suoi occhi si fanno di miele e le sue labbra si inteneriscono.

Questa volta precedo il corteo. Scendo rapidamente verso il santuario di Santa Maria. Cammino da solo. Un rivolo di acqua scorre a bordo strada. Il Pollino è acqua, ricchezza di acqua. Mi affianca un uomo: ‘Noi siamo una terra ricca. Acqua e petrolio. Ci portano via tutto. Il petrolio va a Nord e qua la bolletta è più cara che a Torino. L’acqua va in Puglia. I pugliesi vengono qui a fare pic-nic. Non lasciano niente. Non danno un soldo alla nostra economia. Lasciano i loro rifiuti’. Sto in silenzio. Ho pensieri da Nord: come affratellare pugliesi e lucani? Come fare che questo Sud faccia alleanza e patto e non abbia bisogno di un nemico?

Mi siedo sotto un noce. C’è una sedia. Fotografo un uomo salito dalla Calabria per un occhio alla festa. Altro lamento: ‘Mi hanno licenziato a dicembre. E chi trovi qua che ti dà novecento euro? Non c’è lavoro.  Vero, qua si può vivere senza lavorare. Ma questa crisi è colpa dei politici. Che rubano tutto. Hanno rubato tutto’. Sono stanco di lamenti. La colpa è sempre di altri. Altri che sono invisibili. Ma questa festa è la prova della forza del paese, del Sud, di quanto questi uomini e donne possano fare. Voglio crearmi illusioni. Ascolto i lamenti, ma vorrei tirare calci all’aria. Si avvicina una donna e mi rende felice: dopo anni e anni, bevo un’orzata….

Ora so che Rotonda è il paese del fagiolo bianco, della melanzana rossa e dell’elefante. Un elephans anticuus. Fossile trovato a due chilometri da qui. Il museo dove è custodito è sempre chiuso. Cominciamo da qui: togliamo la polvere da sopra le ossa dell’elefante, apriamo le porte degli uffici del parco del Pollino, coltiviamo melanzane e fagioli e facciamone storia del paese. Già che ci sono, come dice Franco Arminio, lasciate pure gli annunci dei morti, ma mettete anche quelli delle nascite. Pensiamo più ai neonati che ai defunti.

Ore due, arriviamo davanti al santuario di Santa Maria. Qui ci si mette belli per l’ingresso al paese. Si incorniciano le corna dei buoi con fiori. Rose e gigli di Sant’Antonio. Fiori di carta e ginestre. Sono bellissimi, gli animali. Appaiono bouquet di ghirlande colorati. Sembra carnevale. I decori sono grandi, sfavillanti, trecce filanti, ghirigori di carta dai colori che risplendono. Vengono issati sui gioghi, sugli alberi, sugli incastri dei legni. Il corteo diventa festoso. Sfilata di maschere gioiose. I capi della pitu e della Rocca hanno indossato gli abiti migliori. Nicola ha un gessato di altri tempi. Carletto una giacca da matrimonio. Il capo della Rocca ha una sua eleganza da intellettuale. Ha persino la cravatta. Ben si capisce: arriva anche il sindaco, strizzato in un abito nero, ha in mano corone di fiori. Questa è l’incoronazione dei capi della festa. Una ghirlanda di fiori bianchi a cingere il cappello. Orgoglio di paese. Lacrime degli uomini. Qui ci si commuove.

E’ tempo dell’atto finale. Ci saranno più atti finali. Le ventotto porfiche, gli alberi tagliati nei boschi e portati giù dai gruppi, sono già avanti. Ora sì che la festa diventa ballo. Arriva la gente dai paesi vicini. I ragazzi danzano, si baciano, si abbracciano. Non c’è più fatica. Compaiono i pigri che approfittano solo dell’estasi della festa. Suonano tamburi africani e organetti calabresi. Ci sono i suonatori di mestiere che non si perdono una festa. Esperti da matrimoni, vengono a mostrarsi, a passare ore di frenesia. Suonano sapendo che cosa fanno. Hanno foglietti minuti in tasca con il loro indirizzo. Vogliono la foto. Vendono cd. Il corteo là davanti ora è danzante. Due uomini della Calabria mi dedicano una suonata di fisarmonica e nacchere di ferro. Il musicista mi dice che ha fatto l’autista per quarant’anni. Conosce i parcheggi di Firenze. Hanno occhi ebbri e astuti. Mi passa un pezzettino di carta con l’indirizzo. Ci tiene alle foto. Ci stringiamo la mano con forza. Come vorrei mantenere questa promessa.

Gli uomini della Rocca e della pitu sanno che non è finita. Hanno visi seri. Ora devono manovrare per vie strette. E in mezzo a gente che non immagina quanto grande è stata la loro fatica. C’è nervosismo nell’aria. Basta un fischio sbagliato e ‘si fa danni’. Due carabinieri non sono abituati a tenere a bada la gente e sono più incerti che utili. Passano i tronchi, passa la Rocca, ecco gli ultimi metri del corso, la piazza si apre, i buoi si stringono, quasi si toccano, schiena contro schiena, gli uomini sono un fascio di attenzione. A passo di carica si entra in piazza, si scavalca il marciapiede, la pitu atterra a un passo dal palco. Occupa tutta la piazza. E…e….e…viva Sant’Antonio. Applausi. Si riprende fiato. Le autorità sul palco afferrano il microfono. Un tipo mi impedisce di salire. Non me la prendo. Bofonchio. Niente foto dall’alto. Torno in  mezzo alla gente. Ascolto con disattenzione le parole delle autorità. Ve ne chiedo scusa. Mi piacerebbe il ‘non possibile’: che possa essere data, cioè, parola e tempo a qualcuno preso a caso dalla piazza. Qualcuno che non sappia mettere in fila le parole. Qualcuno che stia zitto su questo palco e ci racconti la sua felicità inconsapevole e sapiente di essere qui. In mezzo alla festa che lui ha contribuito a fare grande. Applausi alla fine dei discorsi. 

Ecco, ora è il momento. La festa è conosciuta per quest’attimo. Per quanto sta per accadere. I paesani sanno cosa sta per accadere. Io so cosa sta per accadere. Ma non ne conosco il ritmo. Non so i dettagli. Non immagino. Mi sposto, ma non so bene dove stare. Gli uomini si mettono in fila accanto alla pitu, la guardano, la soppesano, la sfiorano con le mani, la accarezzano, la toccano con la punto dello scarpone. Sono atleti prima della competizione, sono sprinter prima del colpo di pistola. Si tirano le dita delle mani. Nicola sale sull’albero. Sembra intimidito. Aveva spergiurato alla sua famiglia che non lo avrebbe fatto. E, invece, è lì. In piedi, si appoggia a un bastone, saggia l’equilibrio delle sue gambe, non pensa ai suoi anni, si incurva leggermente, ha l’aria sospesa. Appare tranquillo.
False partenze. Non so chi dia l’ordine. Non so come la storia prenda il via. Non so chi dice: ‘Ora…..’. Sento Carletto che grida: oooooo…..forza. So che accade. In fretta. Più in fretta della mia macchina fotografica. Più in fretta di me. Rimango senza fiato. Non penso. Sto lì, quasi immobile. Gli uomini si sono chinati, hanno afferrato in cento il tronco, si sono dati spazio, hanno trovato una forza da titani, non un grido, hanno alzato l’albero, hanno sollevato quintali di legno di faggio, hanno ruotato su loro stessi, hanno cambiato direzione e, con uno strappo potente, si sono portati la pitu sulla spalla. Silenzio perfetto, adrenalina del silenzio. I volti della gente in piazza si sono pietrificati. Istante che dà spazio al respiro. Poi tutto accade in fretta. A passi piccoli, un piede contro l’altro, gli uomini corrono, girano il tronco, lo fanno arretrare, lo riportano in strada, lo fanno ruotare. Sono trenta metri. Forse cinquanta. I muscoli sono tesi. Il dolore alla spalla annuncia il livido. La folla ora ha un grido. Il caporale, Nicola, sta lassù. In piedi. Non vacilla. Si sorregge all’aria. Poi il tronco viene calato con lentezza. Nicola sembra scendere dal cielo. Come se fosse un montacarichi. Gli uomini sono chinati, si rialzano. Si tengono le mani. Ora hanno occhi di lacrime. Piangono. Ridono. Sorridono. Infine, gridano, urlano, le vene del collo sembrano esplodere. Ecco, il pianto vero. Gli abbracci, i baci, ci si stringe, si applaude, si urla. Non capisco nulla, non capisco cosa dicono. Fammi imparare di colpa questa lingua. So che gridano nomi, santi, parenti, gente che non c’è più. Per favore, gridate anche per chi è qui. Per chi è nato in questo anno. Non solo i morti. Questa festa, questa fatica è per i vivi. Per gente che vuole e sa vivere. Due ragazzi piangono la loro felicità. Piango anch’io. Scatto foto di lacrime. Il capo, Nicola, ha occhi che sono rossi di acqua, ma non cambia espressione. I ragazzi lo baciano, lui traballa, non vuole lasciarsi andare. Lui è il capo. Lo immagino quando stanotte si stenderà sul letto. Ha settantanove anni e una corona di fiori bianchi attorno al cappello. Adesso si è davvero stremati. Vino. Brindisi. Evviva. Una sigaretta. Che facciamo? Che la festa finisca. Che arrivi la malinconia. Saverio mi guarda: ‘I primi giorni saranno duri. Poi passa…’. Ricomincia l’attesa.

Non c’è tempo. Per fortuna, non c’è tempo. C’è ancora un sacco di lavoro da fare. I buoi ricompaiono come per miracolo. Fendono la folla. Vengono riaggiogati al tronco. C’è da portare l’albero davanti al municipio. Duecento metri. Ultimo viaggio sul serio. Le strade di Rotonda sono merda di bue. C’è bellezza in questa merda. Le ragazze con il tacco camminano in punta di piedi. Le donne fanno le schifiltose e ondeggiano in questi scogli mollicci. Donne dell’Est (russe? Moldave? Ucraine? Con uomini italiani) si fanno fotografare accanto ai buoi.
Il corteo, stremato e scombinato, si rimette in moto. Provo a seguirlo. Cambio idea. Che vadano. Questa volta, che vadano. Non seguo l’ultimo atto. Mi riprendo il mio tempo. Mi appoggio al muro e vorrei piangere ogni lacrima che sento arrestarsi a un passo dagli occhi. Un ragazzo calabrese mi risveglia: ‘Ci facciamo una birra…?.’. Lo lascio andare. Poi ci ripenso: ‘Arrivo’.

Sono stanchissimo. Ogni movimento è un dolore di ossa e muscoli. Non è finita. Ancora, non è finita. Non finisce mai. Ricordo, me lo avevano detto. Ora c’è da portare l’abete, la Rocca, in chiesa. Nuova giravolta per il paese. Forza leggera di uomini e ragazzi. L’albero si infila nuovamente fra i vicoli. Deve raggiungere la piazza dove tutto è cominciato cinque giorni fa. Chiesa di Sant’Antonio. Quante chiese ha Rotonda? Quante cappelle?  Portoni aperti, Don Stefano benedice ancora una volta, anche lui ha l’aria di stanchezza. Gli uomini stanno davanti alla chiesa. Mi fanno passare. Entro dentro. Architettura di stucchi e gessi. Hanno tolto le panche. Navata vuota. L’albero entra, si spinge di lato all’altare, trova il suo spazio. La lunghezza dell’abete non è figlia del caso. La Rocca sta obliqua rispetto all’asse della chiesa. Gli uomini la poggiano sul pavimento. Gridano il sacro. Alzano le braccia. Con lentezza escono dalla chiesa. Chiedo: ‘E’ finita?’. Gli occhi di un uomo appoggiato allo stipite del portone annuiscono.

Aspetto che la chiesa si svuoti. Rimango quasi solo. Non guardo l’albero. Non faccio una ultima foto. Esco. L’aria è fresca. Gruppetti di persone stanno chiacchierando.
Quinto giorno della Festa, 12 giugno, Rotonda, Terra di Lucania, pianeta Terra.



venerdì 14 giugno 2013

Appunti quasi pubblici per i giorni di Rotonda.4/Via dalla montagna, il lungo viaggio della pitu e della rocca.

Sono già via da Rotonda. Ho risalito la Lucania. Italia, quanto sei lunga! Tre ore di auto, Salerno-Reggio Calabria, cantieri su cantieri, ponti da abbattere e da ricostruire. Poi strada per Potenza e infine risalire fra i campi che già seccano verso Melfi. Paesaggio selvatico. Mai stato da queste parti. Altri amici, un'altra ospitalità che ha il sapore dell'amicizia. Addio a Rotonda. Ma ho pagine di diario da sistemare. Ancora senza foto. Ancora senza il rispetto di alcuna regola del blog. Questo è il racconto del quarto giorno della festa, martedì del lungo viaggio del corteo degli alberi. 

Ho preso un ritmo da tempo sospeso. Un tempo altro. Il sonno raccomoda le ossa. Toglie fatica ai muscoli. Che, comunque, si svegliano protestando. Le mie gambe non sono allenate, ma i piedi hanno un buon passo. Mi sveglia una luce limpida. La mia finestra da una su una piccola corte. Un nespolo si arranca fino al balconcino. I gradini che portano alla mia casa, sull’angolo di via della Rose, sono lucidati dal tempo. Il profilo delle pendici del Pollino che si arrampicano verso i piani sono il mio orizzonte. Al mattino guardo verso la montagna senza pensieri. Oramai ho abitudini: un passaggio dalla piazza, caffè e sfogliatella al Gran Caffè. Compro, per compulsione, un giornale che non leggerò. Il mondo mi sembra lontano. Questa mi appare un’altra Terra. Dimentico. Saluto le donne, che in vestaglia, ogni mattina continuano a spazzare davanti a casa. Mi ricordano i paesi del mondo arabo.

Alle otto sono ai prati di Pedarreto. La ragazza del rifugio ha occhi stanchi da notte di lavoro. Ha un sorriso di montagna. Sono in ritardo, la Rocca, l’abete, la Cima dell’albero che sarà innalzato davanti al municipio, è già arrivato alla collinetta dove si alza la statua a Sant’Antonio. Chissà come è nata questa devozione nei monti del Pollino? Mi dicono che Antonio è passato per questa montagna. 

Io faccio parte della gruppo della pitu, del faggio che vorrebbe essere abete. Torno nel bosco dove l’albero ha passato la notte. I buoi sono già allineati di fronte al tronco. Non si camminerà molto questa mattina. Bisogna conservare le forze per la lunga strada del pomeriggio. Oggi si lascia la montagna. C’è tempo per un’altra colazione. Prosciutto e frittelle. Vino. Passa un uomo e offre Martini in bicchierini. ‘Mio padre beveva Martini, questo è il mio ricordo. Bisogna bere’. Ricordo che a Pietrapertosa, al mattino, offrivano anice.
Parlo con i ragazzi dei pali, le pannule, che controllano la discesa della pitu. Saverio ha inciso sul suo palo il nome della Terribbila, il suo gruppo, e una data, 1931. Chiedo: ‘Riguarda la mia famiglia. Un anno importante’. E non dice altro. Saverio ha la voce roca e gli occhi chiari. Sta faticando fin dal primo momento della festa. E…e….e..viva Sant’Antonio. Si canta. E’ la meditazione prima dell’avvio.

Il fischio. I buoni hanno un balzo. La pitu rimane immobile. Nuovo fischio. Questa volta il tronco ha un fibrillazione. Partenza. Falsa partenza. Nella prima curva, l’albero si incastra fra le rocce di un torrentello. Penso: da qui non si toglie più. Gli uomini mi smentiscono. Si mettono di lato alla pitu, si chinano sul legno, lo afferrano con mani e braccia, aspettano l’ordine di Carletto. Il vicecaporale alza una mano….oooooo….forza….e gli uomini sollevano un albero che non potrebbe essere alzato. Loro ci riescono. Le fibre della ualanedda si crepano, la stanga rimane appesa al tronco da un frammento di legno. Reggerà fino alla fine del lungo viaggio? Una catena assicura il cocchio dei diciassette buoi alla tronco-carrozza.

I nomi dei buoi: Capitano, Cavaliere, Fiorino, Barone, Grazioso, Generoso…..girano la testa quando li chiami.

E’ breve il cammino nel bosco. Poche centinaia di metri. Si arriva al sole, al vento, un brivido di freddo. Siamo arrivati ai prati. La pitu lancia uno sguardo verso la rocca. Gli uomini non permettono che i due alberi stiano troppo vicini. Una sposa e uno sposo prima delle nozze? Nessuno qui parla di albero maschio e albero femmina. Questa è la sagra dell'albero. Ora si aspetta che la gente si raduni per la messa. Di fronte alla statua di Sant’Antonio. Sacro e profano si incastrano nella festa. I prati di Pedarreto sono una foto di Salgado. I vecchi con le sedie, i giovani che non sanno cosa fare delle mani e le tengono in tasca o davanti al ventre, gli uomini con gli sguardi severi, le donne con i bambini. Un popolo, insomma. Attorno gli accampamenti dove hanno trascorso la notte. Gli alberi hanno fatto irruzione nel villaggio nomade. Un ragazzo rom vende cappelli a tre euro. Nel pomeriggio scenderà a un euro. Mi dice che ha girato l’Italia: ‘Roma, Torino, Pisa…Cento’. Cento? Ha un solo dente e una bella faccia. Ho sempre visto vendere questi cappelli in Lucania. Hanno una macchina-bancarella, i rom. Vendono cesti per il pane e assurdi pinguini sempre-in-piedi. A sera, non ne hanno più uno. Un buon mercato.

Si va a cercare il caporale della pitu. Non comincia la Messa senza di lui in prima fila. Don Stefano ha una voce forte. Gli uomini assumono l’aria contrita e seria. Parla di San Barnaba, il parroco. Prega, e io lo noto come riflesso quasi involontario, perché non si ci siano disuguaglianze sulla Terra e contro le armi di distruzione di massa. La gente ha attenzione. Ho la sensazione che la prateria abbia due navate. Più donne a destra, più uomini a sinistra. Gli uomini della pitu stanno in piedi. Le mani sul ventre. ‘Il creato è la meraviglia di questa nostra montagna’, dice Don Stefano. Chiesa bellissima, questa mattina. Due suore sorvegliano che tutto sia a posto. Suor Maria intona i canti. Entrambe daranno anche la comunione. Fila di gente per l’ostia consacrata. Cassette di pane benedetto ai bordi dell’altare. Finisce la messa e c’è ressa per prendere un panino e mangiarlo a piccoli morsi. ‘Se non ti sbrighi a fotografare, la cassa rimane vuota….’.
C’è il tempo per l’ultimo cibo in montagna. Fa freddo. Appaiono giacche pesanti. Vado al rifugio.

Sfoglio una rivista del parco. Leggo antiche storie, qualcuno ha scritto della sua famiglia: ‘il nostro genitore svolgeva a Castrovillari l’agognata e davvero provvidenziale attività di agente di custodia presso quelle carceri giudiziarie’. Agognata e provvidenziale? Alle feste degli alberi ho incontrato molti uomini che fanno le guardie penitenziarie. Penso al mio destino diverso, da figlio di un commercialista di Firenze che aveva lasciato la campagna ottanta anni fa. Non avrei mai pensato di fare il secondino. 

Gli uffici del Parco del Pollino mi scandalizzano. Sono arrivato al sabato, primo giorno della festa ed erano chiusi, sbarrati. Nessuno rispondeva al telefono. Non c’era una sola informazione, una sola carta, nessuna mappa dei sentieri. A cose serve un parco se non si è aperti a chi lo vuole visitare? Se non aiuta chi lo vuole visitare? I paesani sono un coro di lamenti verso il parco. ‘Ci hanno perfino vietato di raccogliere la legna caduta’, dice un vecchio. Ascolto in silenzio. Un pensiero ce l’ho: un parco solo di divieti non potrà mai funzionare. Pensiero banale.

Smontano le tende dell’accampamento. Mi prometto che l’anno prossimo ne fotograferò le architetture. I parenti sono venuti da Varese per accamparsi ai piani di Pedaretto. La nonna è immobile protetta dalla ruota colossale di un trattore. Vado di tenda in tenda. Per fotografare. Ne esco con vino e prosciutti, biscotti e formaggio. Fotografare è mestiere difficile nei giorni della festa.
Gruppo di ragazzi. I benedetti di Sant’Antonio. ‘La festa è tutto. Lui è tornato dalla Germania per questo’. Francesco gioca a calcio in una serie da professionisti. Ma qui beve birra e fuma. I ragazzi hanno il pallore della notte stremata e fuori dalle righe. Hanno addosso un’adrenalina stanchissima. Anche loro offrono vino. ‘E’ di qua. Bevi’. Smontano un precario impianto di casse e amplificatori. ‘Verremo sempre alla festa’.
Altro accampamento. Un vecchietto suona per mezz’ora gli stessi accordi all’organetto. Ha mani di cartavelina ed è magrissimo. Un altro vecchio alza le mani in una danza che non può fare. Le donne, più pratiche, ci smontano il tavolo sotto il naso. Bisogna fare in fretta ora. Sta per partire il corteo per il viaggio più lungo. Si rischia di rimanere dietro alla fila dei buoi.
Penso: questa è l’identità di un popolo. La festa è il loro riconoscersi. E’ appartenenza allo stesso paese.

E ora il cammino. Quindici e passa chilometri fino al fondo valle. Fino alla prima case delle campagne del paese. Tornanti attorno ai quali far girare i tronchi e il corteo di buoi. Storia biblica. Bibbia del Pollino. Immaginate: ventotto tronchi tirati da altrettante coppie di buoi, più la Rocca, l’abete, con la sua scorta di ragazzi e uomini giovani, infine l’albero, la pitu tirata da diciassette pariglie di buoi. Attorno furgoncini, ape, trattori, motocarri carichi di cibo, vino, panini, frittate, salami…..è migrazione di un popolo. Dall’altro delle praterie si vedono le giravolte dei tornanti. Ogni curva è un’apprensione, una fatica, una forza di braccia, un attaccare e staccare buoi. E’ un’attenzione anche quando il corpo si ribella e vorrebbe solo riposare. E gli zoccoli dei buoi si stancano sull’asfalto. Le soste sono senza fine. Alla Timpa, ‘il luogo delle collinette di pietra’, da sempre c’è un furgone bianco. E’ il fioraio del paese: per devozione offre vino bianco fresco e prosciutto. Mi siedo e non voglio più alzarmi. Sono in pace, qui. A ogni ostacolo superato, scatta di grido e l’agitare di braccia: e….e…e…viva sant’Antonio.

Il cammino sta nella ripetizione. Si cammina per oltre cinque ore. Curva dopo curva, chilometro dopo chilometro. L’abitudine dà forza. Si ha voglia di ripetere. Che la fatica non finisca, che il cibo non finisca, che la festa non finisca. Si frana giù dal Pollino. Il paese è in valle. Rotonda è sdraiata sulla schiena di un roccione. Come se cercasse un riposo più che un nascondiglio. Come se volesse offrire calma alla sua gente. La montagna si è fatta schienale, spalliera per le case del paese. Leggo Franco Arminio quando parla del Pollino: ‘Una montagna corale’, scrive. E poi dice che ‘Rotonda, Castelsaraceno, Latronico, San Severino sono paesi senza squilli, di una bellezza pacatamente povera, appartata’.

La marcia va avanti a stratti, il cielo si rabbuia, corteo disordinato, ma ben attento a non distrarsi. La discesa ha pericoli. Insidie. La coda della pitu a volte si ribella ai pali dei ragazzi. Si va giù tornante dopo tornante. E’ un cammino di cui loro hanno esperienza. Gli uomini ne conoscono ogni metro. Ultima curva, brusca, secca, difficile da affrontare. Il cielo, quest’anno, ha voluto essere generoso. E lo fa sapere agli uomini della festa. Aspetta che il corteo sia arrivato alla prima casa, oltre la fontana, per scatenare la sua tempesta. I mandriani tirano fuori cerate. Il nostro viaggio, per oggi, è finito. Da un riparo io posso godermi lo scroscio violento della pioggia. Loro, invece, devono badare ai buoi, sfamarli, accudirli, trovare un rifugio per la loro notte. ‘Ci sta anche l’acqua nella festa’.
Martedì 11 giugno, quarto giorno della festa di Rotonda, terra di Lucania, pianeta Terra.




giovedì 13 giugno 2013

Appunti quasi pubblici per i giorni di Rotonda/Comincia il lungo viaggio della pitu, il faggio che vorrebbe essere abete

E' un diario che prende la rincorsa del ritardo. Ma i giorni sono fatica e bellezza. Scrivo mentre suonano musiche che fanno muovere gambe stanchissime. La mia panchina di pietra. I vecchi che mi guardano senza cambiare espressione. La luce dei lampioni arrossa i volti e riflette sulle pietre bianche della piazza di Rotonda. Metto questa storia che viola tutte le regole dei blog. Senza foto, troppe parole, cerco il modo di raccontare di alberi e di uomini. Ma ora vado a 'ballare'. So che la ragazza dirà: 'Ma come balli male'. Questa è la storia del terzo giorno della festa di Rotonda. L'albero comincia il suo viaggio verso il paese. 

Sono sempre sorpreso quando ascolto lo struscìo dei miei passi sopra le pietre di Rotonda. Sono giorni di festa. Ma il paese, al mattino presto, appare deserto e nelle ore della notte. Nessuno va al lavoro? Le scuole sono già chiuse? Nessuno tira tardi nelle chiacchiere della sera? Alle dieci i bar hanno già abbassato le saracinesche. In piazza ci sono solo due uomini dall’aria dubbiosa. Certo, dimentico che mezzo paese è agli accampamenti nei prati di Pedarreto. Ho voglia di salire a quelle praterie.
Cammino in silenzio. Mi godo l’aria bella della mattina. Una donna, in vestaglia, spazza davanti al portone di case. Qui si esce di casa in pigiama. Il paese è un luogo familiare e intimo.

Risalgo ai boschi di Pizzalonga. Passo per l’accampamento dei paesani. Qualche brace già ricomincia a fumare alle otto del mattino. I fuochi non devono spengersi. I ragazzi cercano di scrollarsi di dosso la stanchezza di un’altra notte quasi senza sonno. Sono infreddoliti. Stanno in piedi un po’ curvi. Le mani in tasca. La testa ancora confusa. Felici delle ore passate.
Nel bosco, nella radura in cui la pitu ha trascorso il suo primo tempo da albero caduto, è già al lavoro una pattuglia di uomini. Sono il gruppo dell’abete. La gente della chioppa. Hanno i sensi ben svegli. Questa mattina devono lavorare di fino e di eleganza. L’albero non sa ancora che sta per diventare il vero protagonista della festa. La pitu è destinata a diventare la carrozza reale di un corteo trionfale. E’ la zucca di Cenerentola. L’albero è l’ospite di onore, l’attore principale dei giorni santi di Rotonda. La pitu è l’anima dei boschi aggraziata dal lavoro degli uomini. Nel legno ci sono i folletti che proteggono le notti di Rotonda. Gli uomini, con le loro grida, mi ricordano che mi sbaglio: questa festa è per Sant’Antonio. ‘E…e….e…viva Sant’Antonio

Gli uomini hanno cura dell’albero che loro stessi hanno abbattuto. Questa mattina devono scavare la punta della pitu perché vi si possa incastrare la ualanedda, la stanga della carrozza. Bisogna sistemarla nell’albero. E’ un lavoro di abilità ed esperienza: l’albero deve viaggiare per oltre venti chilometri tirato dagli strattoni di diciassette pariglie di buoi. La ualanedda deve essere un lavoro ben fatto. Nicola, Michele e Carletto prendono la guida silenziosa dei lavori. Qui bisogna tagliare con l’esattezza dei millimetri e con motoseghe che, se si è sbadati, possono fare a pezzi il tronco. Ci vuole attenzione. Sono gli occhi e le parole dei vecchi a guidare il lavoro degli uomini dalle pance forti, le mani ad artiglio e la delicatezza di un chirurgo. Si discute per minuti su una scaglia di legno da togliere e sulle misure dell’incavo che dovrà ospitare la ualanedda. I ragazzi, chini a fianco del tronco, guidano, con gesti della mano, le manovre di chi impugna le motoseghe.

Comincio a conoscere gli uomini che stanno attorno all’albero. I Forte, ad esempio. Tre uomini. Il più giovane ha settanta anni. Il più anziano ottantacinque. Nicola ne ha settantanove e fa il caporale del gruppo dell’albero. ‘Siamo di razza alla festa’, mi sussurra Antonio, l’uomo degli ottantacinque. Ha un cappelletto alla Jovanotti (o meglio: Jovanotti ha un cappelletto come un manovale dei boschi), il fisico esile, le rughe a tessere un viso sorridente e la sigaretta sempre in bocca. I Forte sono diversi dagli altri uomini della foresta: sono magri, tutti e tre. Il loro nonno era caporale della pitu settanta anni fa. Anche il loro padre doveva esserlo, ma non ne sono sicuro. Hanno fatto i muratori. ‘Generazioni di muratori’, ricorda Mario, il più giovane, quindici anni di Svizzera a costruir case. Nicola si appoggia a un bastone. Dice poche parole. Quasi dei sussurri. Non hanno voce di tuono, i Forte. Nicola sembra comandare con gli occhi. Mi dicono che sono due dei suoi figli a maneggiare con sapere le motoseghe. Nicola sta sempre un passo indietro, controlla con attenzione antica. Si appoggia a un bastone. Ha un’aria mite. Il comando ‘esecutivo’ è affidato a Carletto, il vicecapo, cinquantasei anni, gruista in Svizzera, il miracolato della festa, l’uomo che, da ragazzo, fu rialzato da una paralisi dall’intercessione sacra di Sant’Antonio.

Saverio ha vent’anni. E i suoi capelli si alzano in una onda. Vanno per alto. Intuisco la sua passione. E la dedizione alla festa. Lavora duramente. Sposta legni, accorre dove vi è bisogno, da una mano in ogni modo. E’ sempre pronto. Cosa provi in questi giorni? Mi sento sempre sciocco quando mi ritrovo sulle labbra questa domanda. ‘Emozione’, risponde Saverio. E guardo i suoi occhi che osservano l’albero. So che se, fra venti anni, nei giorni della festa, ripasserò di qui lo troverò attorno all’albero. Sta vicino agli anziani. Impara, Saverio. Sta imparando. Non smetterà di lavorare fino all’ultimo minuto. E’ del gruppo degli uomini che, chini sull’albero, mani sul tronco, piedi a sostenere un corpo che fa da puntello, controllerà la traiettoria della discesa della pitu.

Guardo il lavoro degli uomini. Hanno discussioni, ma non incertezze. ‘Che ti avevo detto. Ti mangio un’orecchia’, dice Michele quando ha la prova di aver avuto ragione in una divergenza di lavoro. Gli uomini ridono di gusto. Si costruiscono i cunei-incastro che devono bloccare la ualanedda. I movimenti delle asce sono sicuri. Ci sono ferri che vengono usati solo nei giorni della festa. Vi sono incisi i marchi del fabbro e del proprietario. La scure di Michele fu forgiata da Pasquale Cocciari in Abruzzo. Fabbro degli anni ’50. Ascia per squadrare. Lama da 22 centimetri, filo d’acciaio. Adatta per squadrare tronchi. ‘Qui facevamo le traverse per i binari’, mi ricorda Michele. Il fabbro ha inciso un sole, segno beneaugurante, sulla lama. Questi attrezzi hanno storia. Sono importanti i dettagli di questa festa. Gli uomini colpiscono con il calcio della scure per incastrare il cuneo. Michele e Carletto manovrano, in sintonia, le asce. Non sbagliano un colpo. Sono un pendolo. I legni si incuneano nel foro dove hanno sistemato la stanga. A occhi profani questo sembra un lavoro solo di fatica e forza. Lo è, ma è necessario esperienza, precisione, misurazioni esatte al millimetro. Qui si è minuziosi. Quasi orologiai del monte Pollino. Ci vorranno tre ore per incastrare la ualanedda nella pitu. Non hanno fretta gli uomini. Da questo lavoro dipende il successo del trasporto dell’albero.
Alla fine si concedono la colazione: salami paesani, prosciutto, formaggi. Si taglia il pane con coltelli a serramanico. Si beve vino. Alcuni rifiutano, vogliono conservare la loro attenzione intatta. Sanno quanto è lunga la giornata. Il cibo è sistemato su un banchino attorno a un albero. Si mangia con piacere.

Metà mattinata. Ridiscendo per il bosco in fretta. Torno a Pedarreto. I ualani, i mandriani, si stanno contendendo i posti nel corteo trionfale. I buoi più alti staranno a ridosso dell’albero, aggiogati alla ualanedda, luogo di onore e di fatica. Tocca a loro dare lo strattone più forte. I più piccoli, invece, avranno la testa della sfilata. Diciassette pariglie di buoi. Animali superbi. Quasi trent’anni fa, un mandriano si mise a cercare i buoi più grandi d’Italia proprio per essere sicuro di avere il primo posto davanti all’albero. Risalì la penisola, arrivò fino in val di Chiana e guardò, ammirato, lo splendore dei chianini al pascolo. Non esitò: se ne portò in Pollino una coppia e fece le sue prove. Certo, avevano zampe fragili ed erano abituati alle pianure, inadatti alla montagna, ma erano animali splendidi e forti. E altissimi. Quasi due metri di altezza al garrese. Non erano animali da lavoro, la loro carne era celebre per le bistecche, ma quelle bestie avrebbero conquistato il  posto più importante del corteo, quello vicino all’albero. Divenne un mestiere dei paesi del Pollino salire in Toscana, comprare vitelli di chianina e farli crescere in questa montagna. I buoi protestarono, ma, alla fine, si abituarono alla nuove geografia. Mi dicono che il fitto della coppia più alta può raggiungere i cinquemila euro. Quelli che stanno in seconda posizione arrivano a tremilacinquecento euro. La festa è anche una storia di economia. La fede e il sacro hanno un costo. Sono sacrificio vero. I chianini vengono usati solo per le feste. Solo per questa festa.

A Pedarreto si stanno misurado i buoi. Il vigile di Rotonda, con aria sorniona e apparentemente disattenta, impugna una stecca metrata. Immagino che sia il vigile del paese da decenni. Mestiere difficile. Tonino, un uomo piccolo e magro, un fazzoletto rosso al collo, ha il foglio dei conteggi. Ci sta scritto sopra: ‘Misurazione delle pariglie’. Tonino, maestro di sci di fondo, ha una cartelletta con tutti i dati delle feste del passato. I ualani devono allineare le bestie in un rettangolo rosso disegnato sull’asfalto della strada, le zampe dell’animale devono stare in parallelo. La schiena ben dritta. Si misura al garrese. Non è facile convincere le bestie. I più alti si ribellano. Sono sfrontati con quella loro aria lontana. Il vigile prova a poggiare il livello della stecca sulla curva della schiena e l’animale, maligno e divertito, scarta di un passo. Si ricomincia. Ci vuole pazienza. Merda di vacca attorno ai nostri piedi. Ma non si muove nessuno. Questa è operazione importante nella gerarchia della festa. Il posto nel corteo viene deciso dai millimetri. Si litiga sull’altezza. Si deve fare anche la media della statura della coppia dei buoi. Si controlla con diffidenza le manovre del vigile. Che deve inforcare gli occhiali per leggere il metro. Il bue più alto è due metri e quattro centimetri. Si misurano anche i millimetri sul serio. Sei millimetri. E’ altissimo, ma il suo compagno di pariglia sta sotto i due metri. Tonino fa le divisioni su un foglietto. Qui si usa la penna e non le calcolatrici. Per un centimetro vince un’altra coppia. Questa volta non ci sono stati battibecchi. Qualche occhiataccia, sì. Qualche mormorio insoddisfatto. Il vigile, sotto i suoi baffi, non ha mai cambiato espressione.

Il viaggio comincia dopo il pranzo. Questa volta si sale in molti a Pizzalonga. Salgono i mandriani. Salgono i paesani. A famiglie, a gruppi. Processione dei boschi. Ecco che arrivano i baffoni. Biagio, Vincenzo e Mario. Conosco i loro volti e la loro mole. Mi dicono che Saverio, il quarto fratello, è morto anni fa:‘Lui era la tradizione della festa’. Il padre aveva i baffi, anche il nonno li avrà avuti e loro se li toccano con orgoglio, e fanno un sorriso insospettabile. Biagio ha baffi asburgici e occhi che diventano felici quando ride.
Salgono i buoi, vengono allineati nel cammino del bosco. Il cielo si ingrigisce di colpo. Sibili di freddo. Fa impressione il tiro dei buoi. E’ da meraviglia. E’ regale. Appaiono le stanghe che si attaccano una all’altra con un ramo-gancio. Corteo lunghissimo. Ragazzi hanno in mano le pannule, i legni-leva che dovranno controllare la traiettoria dell’albero. Possono frenarlo, dirigerne la corsa, indirizzare il taglio di una curva lungo la strada che porta al paese. E’ il gruppo della Terribbila a impugnare le pannule. A loro toccherà cercare di evitare che la pitu finisca fuori strada. Dovranno impedire che la coda dell’albero deragli. Tenere sotto controllo i suoi scarti nelle curve a tornante.

E’ uno spettacolo vedere muoversi i buoi. Un fischio e loro si muovono torcendo i muscoli del collo e puntando gli zoccoli a terra. Scatto improvviso, rovistiò di animali, urla degli uomini, bastoni che mulinano nell’aria, mani che stringono corde, passi che si fanno veloci. Il corteo ha la sua coreografia. Si scende per il bosco, si sfiorano alberi, si affonda nel fango, ci si apre quasi a ventaglio in una radura. L’albero sembra impantanarsi. Come se non volesse scendere. Gli spiriti dei boschi cercano di trattenerlo. La forza dei buoi e degli uomini lo smuove da ogni incastro impossibile. Io non so quanta strada vi è da fare, ma questi uomini sì. E non si sconfortano. Il viaggio è destinato a durante un giorno e mezzo. C’è un lavoro da fare. Facciamolo. A ogni difficoltà scatta un grido: ‘E…e…e…viva Sant’Antonio’, ci si da forza urlando a crocchio in onore del Santo. Prima di ogni ripartenza si canta la canzoncina (così dicono gli uomini), inno sacro al Santo. E’ questa la colonna sonora della discesa. Sì, qui manca la musica. Non ci sono organetti o tamburelli. Si viaggia con le grida dei mandriani, lo strisciare del tronco, i campanacci dei buoi e la loro protesta a muggiti. Un fischio, lanciato fra l’aria di due dita, fa muovere all’istante gli animali.

Si scivola nel bosco, viaggio in foresta, foglie di primavera sono la volta che onora il corteo dei buoi. Si segue il tracciato di una carrareccia. L’albero si impunta, scavalca dossi, si obliqua nelle curve, sbatte contro le rocce. In un grande prato incrocia il gruppo sceso delle altitudini del Pollino, la gente della Rocca, i roccaioli. Loro hanno portato giù, con fatica immensa, l’abete, la cima dell’albero che sarà innalzato davanti al municipio. I due alberi, il faggio (che avrebbe voluto essere abete) e il vero abete si sfiorano, si guardano con curiosità, sanno che dovranno innestarsi uno con l’altro. Un matrimonio del Pollino.

Alla fine, ho la sorpresa degli ultimi metri del viaggio di questo pomeriggio. L’ultimo tratto prima dei prati di Pedarreto è una sorta di scivolo. Cento metri a capofitto nel bosco. Si deve mollare l’albero in una discesa a precipizio. Guardo gli uomini con apprensione e stupore. Fanno manovre che preparano la sfida a un pericolo. Hanno staccato i buoi, ora ruotano il tronco, lo fanno oscillare in un quasi-vuoto, la punta del legno sta a mezz’aria, dirigono il tronco verso il basso, cercano di controllare la caduta, hanno muscoli tesi e braccia fortissime. Mi cacciano al riparo di un albero. La pitu prende velocità, si frena nel fogliame, riacquista ebbrezza, scivola con impazienza. Gli uomini riescono a controllarne il volo. Lo fanno rallentare, ne guidano il percorso, il tronco attraversa due rocce, atterra nella radura. Si prende fiato. Respiri profondi. E’ andata….Questo era il rischio dell’oggi. Ostacolo scavalcato. ‘E….e….e…Viva Sant’Antonio’. Oggi la fatica è finita, il tronco sta sul sentiero da dove dovrà ripartire. Donne appaiono con i cesti dei biscotti e i bicchieri del vino. La festa è una storia semplice. Un grande viaggio, il cibo per ricompensa e aiuto e, dagli anni del cristianesimo, il canto come preghiera al Santo. E’ così da secoli.

La mia notte è di stanchezza. Chiudo gli occhi. Le gambe si ribellano a ogni movimento. Mi scaldo al fuoco degli accampamenti di Pedarreto. Mangio pasta e pancetta arrostita. Pezzi di grasso morsicati con voglia. Vino bianco e buono. Poi rosso e forte. Non dico una parola. Non ne ho la forza. Mi sembra che anche gli uomini attorno al tavolo siano silenziosi. C’è un’aria di strana malinconia: è l’ultima notte degli accampamenti. Domani la festa comincia la discesa dalla montagna. Al prossimo buio non si dormirà nei boschi. Ci sarà il comodo, ma non la libertà. Tardi nella notte ci sono i fuochi di artificio. Mi dicono che è un paesano a donarli alla festa. Esplodono nel cielo. Li osservo mentre scendo. Non ce l’ho fatta ad aspettare il loro spettacolo. Il sonno mi trascina verso il paese deserto. Sento i miei passi sulle pietre. La chiave nella porta. La notte, anche dai vicoli di Rotonda, ha il tuono dei fuochi che illuminano la montagna. Tengo la finestra aperta per farmi accompagnare nel sonno dal riflesso di un cielo che si accende con le stelle dei fuochi.
Terzo giorno della festa di Rotonda, terra di Lucania, pianeta Terra.